Corruzione, basta un solo atto illecito

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Per la corruzione non è necessario uno stabile asservimento del pubblico funzionario agli interessi personali del privato. È invece sufficiente la corresponsione di una somma di denaro collegata direttamente al compimento di un singolo atto. Lo chiarisce la Cassazione con la sentenza 33251 della Sesta sezione penale depositata ieri. La pronuncia ha così accolto il ricorso della Procura generale contro l’assoluzione emessa dalla Corte d’appello di Genova in relazione a un episodio verificatosi al comune di Sanremo, dove un architetto aveva versato una somma di denaro a un impiegato tecnico per perché seguisse l’iter burocratico di una delicata pratica edilizia cui era interessato.

La Corte d’appello aveva escluso il reato di corruzione per esercizio della funzione (disciplinato dall’articolo 318 del Codice penale), sostenendo che non era dimostrato il coinvolgimento del pubblico funzionario in maniera continuativa, con la sostanziale messa a disposizione per il compimento di una serie indeterminata di atti connessi alla funzione pubblica esercitata.

Per la Cassazione, invece, è vero che la legge n. 190 del 2012 è intervenuta per evitare che, come avveniva in precedenza, la sanzione penale fosse conseguenza del compimento di un solo atto, complicando gli interventi punitivi sul fronte della corruzione sistemica, dove il pubblico ufficiale è “a libro paga” del privato, indipendentemente dagli atti effettivamente compiuto. Tuttavia, avverte la sentenza depositata ieri, «in alcun modo la novella ha inteso escludere dal perimetro della norma le ipotesi, già sanzionate in precedenza, in cui il patto corruttivo fosse diretto a uno specifico atto del pubblico agente o ne costituisse la remunerazione successiva».

In questo senso, la Cassazione dà rilievo all’espressione utilizzata , «per l’esercizio delle sue funzioni e dei suoi poteri», tanto ampia da potere comprendere sia la vendita del singolo atto, sia quella più generale della funzione tutta, come pure la corruzione antecedente e quella susseguente (in precedenza distinte, ma ora ritenute espressione dello stesso grado di disvalore, perché considerate entrambe di gravità tale da compromettere la fiducia dei cittadini nella pubblica amministrazione).

E allora «interpretare la disposizione dell’attuale articolo 318, come invece fa la Corte d’appello, nel senso che, per la configurabilità del reato, l’elemento decisivo sia costituito dalla protrazione nel tempo del rapporto corruttivo e non, invece, dal mercimonio della funzione, ancorché legato al compimento di un singolo atto, significa rovesciare l’intentio legis».

fonte; Il Sole 24 Ore I 9 settembre