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AI governance e business: il punto di partenza è il metodo

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Nel dibattito sull’intelligenza artificiale applicata alle funzioni di controllo si parla spesso di modelli, piattaforme e strumenti. Molto meno di governance, cultura organizzativa e capacità di guidare il cambiamento. È proprio da questa prospettiva che si è sviluppata la conversazione con Anna Lisa Nicelli, Group Compliance Officer di Bracco, intervenuta nell’ambito della Advisory Week organizzata da Digital360 Advisory, offrendo una riflessione che va oltre la tecnologia e mette al centro il ruolo strategico della Compliance.

Il primo messaggio è semplice ma spesso controcorrente: non si parte dal tool. Secondo Lecci, l’errore più frequente è cercare nella tecnologia la soluzione ai problemi organizzativi. Il percorso corretto è invece l’opposto: comprendere il business, definire gli obiettivi, analizzare i processi e solo successivamente individuare gli strumenti più adatti. L’intelligenza artificiale rappresenta quindi un acceleratore, non il punto di partenza della trasformazione.

Da qui deriva un secondo tema, forse ancora più rilevante: la vera sfida non è tecnologica ma culturale. Le competenze sull’AI possono essere acquisite, mentre ciò che non si compra con un corso è la disponibilità delle persone ad affrontare il cambiamento. Se la funzione Legal & Compliance non percepisce un beneficio concreto, ogni progetto rischia di incontrare resistenze che nessuna piattaforma potrà risolvere.

In questa visione, l’intelligenza artificiale rimane uno strumento potente, ma non sostituisce il giudizio umano: l’AI è il mezzo che permette di arrivare più velocemente a destinazione, ma è la persona che deve sapere dove vuole andare e perché. La tecnologia può raccogliere informazioni, sintetizzare dati, accelerare attività che richiedevano settimane di lavoro, ma non può sostituire la responsabilità di chi decide.

L’esempio della due diligence è emblematico. Oggi strumenti evoluti consentono di ottenere in poche ore una quantità di informazioni impensabile fino a pochi anni fa. Tuttavia, il rating restituito da un algoritmo non può esaurire il processo decisionale. La valutazione finale deve rimanere il risultato di un confronto tra business, compliance e altre funzioni aziendali. La vera domanda, quindi, non è se affidarsi o meno all’intelligenza artificiale, ma quale livello di rischio l’organizzazione è disposta a delegare ai sistemi automatizzati. Una scelta che appartiene alla governance, non alla tecnologia.

In questo scenario cambia anche il ruolo della Compliance. Non una funzione chiamata semplicemente a verificare il rispetto delle regole, ma una leva di business capace di accompagnare le decisioni, costruire fiducia e fornire un metodo per affrontare contesti in continua evoluzione. Per Lecci, la Compliance del futuro sarà sempre meno identificata con un insieme di procedure e sempre più con la capacità di guidare le organizzazioni nella gestione di sfide nuove, che difficilmente potranno essere disciplinate in modo definitivo.

L’integrità non si impone per decreto. Policy, procedure e formazione sono strumenti indispensabili, ma da soli non bastano. La vera differenza la fanno la credibilità della funzione, la fiducia conquistata all’interno dell’organizzazione e la capacità di diventare un interlocutore riconosciuto del business. Perché, anche nell’era dell’intelligenza artificiale, la governance rimane prima di tutto una questione di persone.

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