Rispettare le regole significa sempre fare la cosa giusta? È da questa tensione che nasce L’onestà è lucidità, il libro di Nicola Allocca che, attraverso favole manageriali, metafore e paradossi organizzativi, invita a riflettere sul significato più autentico di integrità e responsabilità. Un viaggio nel lato umano della compliance, dove le procedure incontrano le scelte, i compromessi e il coraggio di non voltarsi dall’altra parte. Abbiamo incontrato l’autore per parlare della genesi del libro, delle esperienze che hanno ispirato i racconti e di una convinzione di fondo: la vera sfida non è soltanto rispettare le regole, ma conservare la lucidità necessaria per fare la cosa giusta.
Come è nata l’idea di scrivere L’onestà è lucidità? Perché questo titolo?
L’idea nasce da una tensione che negli ultimi anni ho sentito sempre più forte: quella tra rispettare le regole e fare la cosa giusta. Le due cose dovrebbero coincidere. Ma non sempre succede. La conformità formale, da sola, non esaurisce la responsabilità di una decisione. È lì che nasce la tensione che attraversa il libro.
Ogni volta che incontravo una situazione che mi lasciava qualcosa dentro, una contraddizione, un’ingiustizia, una scelta difficile, un paradosso organizzativo, scrivevo. Non pensando a un libro. Scrivevo per fissare quella tensione. Alla fine mi sono ritrovato con quasi cento storie che, pur partendo da situazioni diverse, portavano tutte nello stesso punto: quanto sia difficile restare lucidi quando la realtà non si lascia ridurre perfettamente a una regola. Ed è lì che nasce il titolo. Per me l’onestà è vedere con lucidità ciò che sta accadendo, capire che cosa è davvero giusto fare e assumersene la responsabilità.
Perché hai scelto di raccontare il mondo delle organizzazioni attraverso favole e metafore?
Il linguaggio della compliance, troppo spesso, è noioso, formale, burocratico. Per questo ho scelto favole e metafore. Perché una regola parla soprattutto alla testa. Una storia, se funziona, arriva anche alla pancia e al cuore delle persone. E credo che sia proprio questo il punto: se vogliamo che la compliance incida davvero sui comportamenti, non basta che le persone la comprendano. Devono riconoscersi, reagire, sentire qualcosa.
Quanto c’è della tua esperienza personale in queste storie?
C’è la mia esperienza, certo, ma soprattutto quella delle tante persone che ho incontrato in anni di lavoro. Ho avuto la fortuna di lavorare in contesti molto diversi, in Europa, in Brasile, in Asia, con esperienze che mi hanno portato letteralmente dalle Barbados a Pechino. E quando attraversi organizzazioni e culture così diverse, ti accorgi che i contesti cambiano, ma molte dinamiche umane restano sorprendentemente simili: il rapporto con il potere, la pressione sui risultati, la paura di esporsi, il compromesso, il coraggio di dire no.
Per questo credo che ognuno, leggendo queste favole, possa riconoscere qualcosa di sé, ritrovare situazioni già vissute e rivivere emozioni che appartengono anche alla propria storia professionale.
Hai scritto questo libro più per dare risposte o per suscitare domande?
Se vuoi capire perché ho scritto questo libro, giralo e guarda la quarta di copertina. Fai un respiro profondo e leggi quella lampadina di parole tutta d’un fiato. Ma non limitarti a leggerla: vivila. Quando arrivi in fondo, credo che tu abbia già la risposta.
C’è un racconto a cui sei particolarmente legato? Perché?
È veramente difficile sceglierne uno, perché quasi ogni racconto è legato a un ricordo, a una situazione, a un momento preciso. C’è Lo scudetto: io c’ero?, che per me rappresenta un momento di vero ethical burnout: quel punto in cui persino la coerenza comincia a pesare e ti chiedi quanto ti stia costando. Poi c’è Il Vecchio Faggio, legato a uno dei momenti di team building più belli della mia carriera. È un racconto che associo immediatamente alle persone, ai legami, alle radici che spesso non si vedono ma tengono insieme un’organizzazione. E poi c’è l’Enciclica (laica) di Governance, che mi dà un senso particolare di orgoglio. Rappresenta la parte di me che continua a crederci, che non vuole accontentarsi e che prova a puntare in alto. Ma ce ne sono molti altri. Ognuno con una sua peculiarità, ognuno attaccato a un ricordo, a una situazione, a un pezzo di vita.
Dopo aver letto il libro, qual è la domanda che speri rimanga nella mente del lettore?
“Se loro fanno sistema, perché noi no?” È questa la domanda che mi piacerebbe restasse. Perché a un certo punto l’“io” non basta più. Serve un “noi” capace di fare rete, di non lasciare solo chi vede qualcosa che non torna e decide di non voltarsi dall’altra parte. Forse la vera sfida è proprio questa: trasformare la lucidità individuale in una forza collettiva.
What’s next?
Vorrei portare “L’onestà è lucidità” un po’ più lontano. Sto lavorando alla versione inglese, per portarlo oltre i confini. E spero di portarlo anche nelle scuole, usando le storie per fare formazione e allenare lucidità, senso critico e capacità di scegliere. Poi c’è una direzione nuova che sto esplorando. Mi sto chiedendo se il burnout sia ancora soltanto una condizione delle persone o stia diventando una condizione del nostro tempo.
È da questa domanda che nasce il Burnout World: quattro “I” che sembrano andare in affanno insieme: Integrity, Institutions, Information, Individuals. Forse il what’s next è proprio questo: portare il libro più lontano. Nei luoghi, nelle generazioni e nelle idee.

