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Cripto, AML e sanzioni: governare il rischio per sostenere l’innovazione

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Le cripto-attività non sono più un tema per pochi addetti ai lavori. La diffusione tra il pubblico sta crescendo e, con essa, aumenta l’esposizione di banche, intermediari, professionisti e imprese a rischi AML, frodi e compliance alle sanzioni internazionali. Un dato rende l’idea del cambio di scala: circa il 7% degli italiani possiede cripto-attività.

In questo contesto si inserisce il talk “Cripto, AML e sanzioni: strategie di mitigazione tra innovazione e controllo”, dedicato al difficile equilibrio tra innovazione tecnologica, rapidità operativa e presidi di rischio. Ne hanno discusso Francesco Marotta (Non-Executive Legal Director, Wirex), Tommaso Migliorini (Gruppo Anti Financial Crime, Intesa Sanpaolo), Romolo Pacifico (Partner, EY Forensic & Integrity Services), Giorgio Scura (Direttore, Decripto.org) e Armando Simbari (Partner, Simbari Avvocati Penalisti). Ha moderato Fabrizio Vedana, Presidente ASSOCASP.

Il punto di partenza del confronto è stato molto concreto: la crescita dell’adozione porta con sé un incremento proporzionale delle situazioni critiche. Se aumentano le persone che investono o movimentano cripto-attività, aumentano anche le frodi, gli schemi abusivi e i tentativi di utilizzare questi strumenti per aggirare controlli o vincoli normativi. Non si tratta di un fenomeno marginale né episodico. Le dinamiche truffaldine si sono evolute, sono spesso organizzate su scala internazionale e sfruttano sia la velocità delle transazioni sia la complessità tecnica per rendere più difficile l’intervento tempestivo.

Proprio la rapidità dei flussi rappresenta uno dei nodi centrali. Nel mondo cripto il tempo tra l’operazione e la dispersione dei fondi può essere estremamente breve. Questo sposta l’attenzione dalla sola repressione alla prevenzione. I punti di ingresso e uscita tra sistema bancario e piattaforme crypto diventano snodi decisivi: è lì che si può intercettare un’anomalia prima che si trasformi in una perdita irreversibile. Rafforzare i presidi su questi passaggi, migliorare la qualità delle informazioni e leggere con attenzione la coerenza tra cliente, operazione e finalità economica diventa una condizione essenziale di tutela, non solo per l’intermediario ma per l’intero sistema.

In questo scenario, la regolazione europea fornisce un quadro sempre più strutturato, ma la sola esistenza delle norme non è sufficiente. La differenza la fanno le scelte organizzative. Per gli operatori crypto significa integrare la compliance nelle decisioni strategiche, bilanciando velocità di sviluppo e solidità dei controlli. Per le banche e gli intermediari tradizionali significa adottare un approccio realmente basato sul rischio, capace di distinguere tra operatori strutturati e clientela retail, evitando sia chiusure indiscriminate sia aperture automatiche. La valutazione della coerenza del profilo, della trasparenza informativa e dell’origine dei fondi resta centrale, ma deve essere accompagnata da una maggiore capacità di leggere i flussi digitali e le interazioni con le piattaforme specializzate.

Anche sul piano dei controlli interni è emersa una linea chiara: i modelli tradizionali non vengono superati, ma devono evolvere. La conoscenza del cliente, l’analisi del contesto economico e la comprensione dello scopo del rapporto restano fondamentali. A questi si affiancano strumenti di analisi on-chain che consentono di osservare pattern, collegamenti e livelli di esposizione difficilmente individuabili con i soli strumenti convenzionali. L’efficacia nasce dall’integrazione, non dalla sostituzione. Serve una visione unitaria, con responsabilità definite e competenze trasversali che tengano insieme tecnologia, normativa e capacità di lettura operativa.

Man mano che l’ecosistema cripto si avvicina alla finanza tradizionale e si intreccia con pagamenti internazionali e stablecoin, aumenta anche l’attenzione sui profili di elusione delle sanzioni e sui rischi di responsabilità. Il rafforzamento delle aspettative normative implica una maggiore esposizione per amministratori e funzioni di controllo in caso di omissioni o sottovalutazione dei segnali di rischio. Il piano investigativo e penale, tuttavia, evidenzia una tensione evidente: da un lato la sofisticazione e la velocità dei fenomeni, dall’altro la necessità di strumenti adeguati, cooperazione internazionale e capacità di intervento tempestivo per evitare che le denunce si traducano in iniziative inefficaci.

Il messaggio che emerge è chiaro: il mondo cripto non è più una frontiera esterna al sistema finanziario, ma una sua estensione. E come ogni estensione, richiede cultura, metodo e responsabilità. La compliance, in questo scenario, non è chiamata a rallentare l’innovazione, ma a darle struttura. Non si tratta di opporre regole a tecnologia, bensì di costruire un equilibrio che renda la crescita sostenibile nel tempo.

In un contesto in cui frodi, volatilità e rischi sanzionatori convivono con nuove opportunità di mercato, la vera differenza non la farà chi corre più veloce, ma chi saprà integrare governance, controlli e competenze in modo coerente. È qui che si gioca la credibilità degli operatori e la fiducia del sistema. Ed è qui che la cultura della compliance, più che un obbligo normativo, diventa un asset strategico.

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