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Dal suo osservatorio parigino e mondiale, qual è la visione sul profilo e sul futuro dei professionisti della compliance?

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In Francia stiamo assistendo ad una un fenomeno interessantissimo che è quella della migrazione degli avvocati dal mondo legale al mondo della compliance. C’è tantissima domanda, c’è obbligo di compliance, la richiede la legge, la richiedono gli stakeholder, la richiede il mercato. L’equivalente francese del nostro D.Lgs. 231 del 2001 è arrivato oltralpe solo nel 2016, c’è quindi una inevitabilmente un’attenzione e tensione verso queste nuove professioni.

Sicuramente l’interesse sarà costante e crescente, un vero trampolino di lancio nelle aziende perché oltre l’attenzione al rischio in senso più ampio, ci sarà accesso a tutto quello che è legato alle attività ESG, soprattutto sulla parte governance. Sono anche convinto che questo crescente interesse per la professione sarà comune in tutti i paesi europei. Ma è comunque la realtà, il contesto nazionale, il mercato a fare la differenza.

Sergio Marini

Negli Stati Uniti questa funzione è indispensabile, obbligatoria. In Asia siamo invece siamo nella situazione contraria: non ho ancora incontrato società cinesi che abbiano un presidio di compliance, a meno che non siano presenti all’estero. Nel mercato americano oggi un’azienda non può non avere una struttura di compliance. Non dico un compliance manager, ma una struttura di compliance. In Italia oggi un’azienda può ancora non avere un compliance manager. Questo non vale forse per le attività regolamentate, ma per le altre è ancora possibile.

Negli Stati Uniti invece ci sono state sentenze recenti che obbligano le aziende – soprattutto quelle finanziarie – che vogliono fare un settling con le autorità su tematiche di compliance a far sottoscrivere l’accordo con le stesse autorità tanto dal CEO quanto dal compliance manager: si individua quindi il compliance officer come un garante del comportamento dell’azienda nell’interesse della società civile. È la figura che agisce per garantire che l’organizzazione si comporti e abbia delle strutture idonee per rispettare le norme, nell’interesse degli azionisti e stakeholder. Partendo da questo presupposto non posso che essere molto fiduciosi sullo stato e sviluppo che avrà la figura nel prossimo futuro.

Vede in futuro una convergenza della professione dell’ESG manager nel compliance manager?
Non so quale delle due funzioni prevarrà, ma le cose possono anche benissimo convivere. Quello che io certamente vedo nella mia azienda è che uno dei miei partner naturali, quotidiani, è proprio il responsabile della sostenibilità: quello che facciamo è strettamente correlato. Un’integrazione la vedo molto probabile. […] continua a leggere People in Compliance

   

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