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Quando la comprensione diventa governance. Intervista ad Andrea Conso

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Nel mondo della compliance, la distanza tra ciò che è formalmente corretto e ciò che è realmente comprensibile continua a essere uno dei nodi più critici, e meno affrontati, nei modelli di governance. Contratti sempre più lunghi, stratificati e tecnicamente solidi convivono con un dato evidente: spesso non sono realmente leggibili, né tantomeno pienamente compresi da chi li sottoscrive. In questo spazio si gioca una partita sempre più rilevante, che non riguarda solo la qualità della comunicazione, ma il modo stesso in cui le organizzazioni presidiano trasparenza, responsabilità e fiducia.

Il legal design si inserisce esattamente qui. Non come esercizio estetico, ma come leva che incide su più livelli: dalla qualità della relazione con il cliente alla riduzione del rischio, dalla tenuta dei modelli di compliance alla progettazione dei processi decisionali, fino all’integrazione con le nuove sfide poste dall’AI e dalla digitalizzazione dei servizi finanziari.

In un contesto regolatorio che spinge sempre più verso una trasparenza sostanziale – e non solo formale – rendere comprensibili contratti, informative e interfacce non è più un’opzione, ma una componente integrante della governance. Per approfondire questi temi, ComplianceDesign.it ha intervistato Andrea Conso, coautore del volume Legal design e contratti bancari e finanziari, per capire come il legal design possa affermarsi sempre più come elemento chiave nei modelli di governance e compliance.

(D) Da dove nasce questo libro? Esperienza o problema strutturale?

Nasce da entrambe le dimensioni. Da un lato, dall’esperienza concreta di chi lavora sul campo e vede ogni giorno quanto la contrattualistica bancaria e finanziaria sia diventata sempre più complessa, stratificata e difficile da leggere anche per utenti attenti. Dall’altro, dalla consapevolezza che non si tratta di un problema residuale, ma di una criticità strutturale del settore: i contratti bancari sono diventati via via più lunghi e articolati per effetto sia dell’accresciuta complessità dei prodotti, sia della necessità di adempiere le minuziose prescrizioni normative di trasparenza, a partire dall’art. 117 del Testo Unico Bancario fino alle Disposizioni della Banca d’Italia del 2009.

A ciò si aggiunge l’accelerazione imposta dal fintech che ha trasformato radicalmente i canali e le logiche di accesso ai servizi finanziari, rendendo ancora più urgente la ricerca di semplificazione anche nei rapporti contrattuali. Il libro prova a rispondere proprio a questa tensione: come rendere i contratti più comprensibili senza indebolirli sul piano tecnico e giuridico.

(D) Legal design: soluzione reale o maquillage della complessità?

Il legal design è una soluzione concreta solo se non viene ridotto a un’operazione cosmetica. Come sottolineiamo nel volume, il legal design non è user experience: la UX è la forma, la Legal Tech può essere il mezzo, il legal design è il metodo. Se ci si limita a cambiare l’impaginazione, ad aggiungere colori o icone, senza intervenire sull’architettura dell’informazione e sul linguaggio, il rischio è semplicemente rendere più gradevole qualcosa che continua a restare opaco. Ma il legal design, quando è usato seriamente, è molto di più. Significa riorganizzare i contenuti, dare priorità alle informazioni davvero rilevanti, semplificare la sintassi, spiegare i termini tecnici e progettare il testo a partire dai bisogni reali di chi lo deve leggere.

In altre parole, non serve a “mascherare” la complessità, ma a governarla meglio. D’altronde le stesse Disposizioni della Banca d’Italia in materia di trasparenza già chiedono agli intermediari di prestare attenzione alla semplicità sintattica, alla chiarezza lessicale calibrata sul livello di alfabetizzazione finanziaria della clientela e alla coerenza tra informazione e canale comunicativo. Il legal design offre il metodo per dare piena attuazione a questi principi.


(D) Oggi cosa guida davvero: compliance o comprensibilità?

Storicamente, nel settore finanziario ha guidato soprattutto la compliance in chiave difensiva. Si è scritto molto pensando alla fase patologica del rapporto, cioè al possibile contenzioso, e meno alla fase fisiologica, cioè alla reale comprensione del contratto da parte del cliente. Questo ha prodotto testi formalmente robusti, ma spesso lontani dall’esperienza concreta di lettura. Oggi però questo equilibrio sta cambiando. La giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea interpreta con rigore crescente il principio di trasparenza sostanziale sancito dall’art. 5 della Direttiva 93/13/CEE sulle clausole abusive: non basta che il contratto sia grammaticalmente chiaro, il consumatore deve poterne comprendere le conseguenze economiche concrete.

Inoltre, il D.Lgs. 209/2025, che ha recepito la Direttiva (UE) 2023/2673 sui contratti finanziari a distanza, impone che l’architettura stessa delle interfacce digitali non ostacoli la comprensione dei termini contrattuali. Compliance e comprensibilità, ormai, non possono più essere viste come obiettivi alternativi: la compliance passa anche dalla capacità di farsi capire davvero.

(D) Il contratto è ancora difesa o può diventare leva di fiducia?

Il contratto resta certamente un presidio difensivo, ma oggi non può essere solo questo. In un mercato in cui molti rapporti si costruiscono online e in tempi rapidi, il contratto è anche uno dei principali punti di contatto tra intermediario e cliente. Se è incomprensibile, genera distanza; se è chiaro, può diventare uno strumento di fiducia, di consapevolezza e persino di fidelizzazione. La revisione in chiave legal design dei contratti standard cambia la percezione stessa della direzione legale, trasformandola da entità burocratica a partner strategico orientato al business.

Per fare questo salto servono alcune condizioni molto concrete: anzitutto un approccio interdisciplinare, che metta insieme competenze giuridiche, linguistiche e di design dell’informazione, come ben evidenziato nella presentazione del volume; poi un vero lavoro sul testo, non solo sulla grafica; e infine una verifica rigorosa di quella che nel libro chiamiamo «equivalenza giuridica», cioè del fatto che la semplificazione non alteri diritti, obblighi e contenuto normativo del contratto. Come poi approfondisce il capitolo dedicato al rapporto tra legal design ed ESG, documenti più chiari possono ridurre il contenzioso e i reclami e contribuire agli obiettivi di sostenibilità sotto il profilo sociale e di governance.

(D) AI e automazione: il legal design è governance o solo interfaccia?

Molto dipenderà dall’uso che se ne farà. Se il legal design viene impiegato solo come interfaccia più gradevole, rischia di diventare un rivestimento comunicativo che rende più “accettabile” una complessità che resta sostanziale. In quel caso sarebbe poco più di una semplificazione apparente. Quando invece entra nella progettazione dei processi, delle informative, delle interfacce digitali e dei flussi decisionali, allora può diventare una leva di governance molto reale.

Con l’AI Act (Regolamento UE 2024/1689), che sta entrando progressivamente in vigore tra il 2025 e il 2027, gli operatori finanziari devono garantire trasparenza, explainability e non discriminazione nei processi decisionali automatizzati, dal credit scoring alla profilazione del rischio. L’EBA ha già avviato nel novembre 2025 attività specifiche per supportare l’implementazione dell’AI Act nel settore bancario.

A ciò si aggiunge la Direttiva (UE) 2023/2673 sui contratti finanziari a distanza, recepita in Italia con il D.Lgs. 209/2025, che impone obblighi stringenti sul design delle interfacce digitali, e la proposta del Digital Fairness Act attesa per il quarto trimestre 2026, che interverrà su dark pattern e design manipolativo. Non basta più avere sistemi sofisticati: bisogna renderli spiegabili, controllabili e comprensibili per chi ne subisce gli effetti. Il legal design può essere il punto di raccordo tra regola, tecnologia e tutela del cliente.

(D) C’è una domanda che le fanno raramente ma che ritiene centrale?

La domanda che avrei voluto ricevere è questa: un contratto semplificato è davvero all’altezza del giudizio di un tribunale o di un’autorità di vigilanza? Perché è qui che il tema del legal design diventa serio e smette di essere solo un tema di stile. La risposta è che la semplificazione ha senso solo se non sacrifica la precisione giuridica.

Per questo nel libro dedichiamo un intero capitolo all’elaborazione di un «test di equivalenza giuridica»: uno strumento di valutazione che consenta di verificare se un contratto semplificato mantenga lo stesso livello di tutela e di certezza giuridica dei modelli tradizionali. Il test si articola su tre condizioni: il contratto semplificato deve poter essere sostituito a quello tradizionale senza ricorrere ai procedimenti di modifica unilaterale del TUB; deve superare il vaglio del giudice alla stregua di quello originario, applicando i canoni ermeneutici degli artt. 1362 e seguenti del Codice civile; e deve risultare conforme ai requisiti di forma e contenuto della normativa bancaria di trasparenza.

Per fare un esempio concreto: locuzioni ridondanti come «ogni e qualsiasi» o «ai sensi e per gli effetti» possono essere eliminate senza alterare il contenuto precettivo, mentre la sostituzione di termini tecnico-giuridici richiede che il significato della nuova formulazione sia altrettanto preciso sul piano prescrittivo. Il nodo, quindi, non è semplificare a ogni costo, ma semplificare in modo controllato, verificabile e sostenibile anche in sede giudiziaria. È questa la sfida più interessante del legal design applicato alla finanza.

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