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Regulatory Reset: perché l’OCSE chiede una revisione delle regole per rilanciare crescita e dinamismo

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Anche quest’anno ho avuto l’onore di partecipare all’Annual Consultation di Business at OECD (BIAC) con gli Ambasciatori dei 38 Paesi OCSE e la leadership dell’Organizzazione. È uno dei momenti chiave di dialogo tra imprese e governi, in cui il settore privato porta direttamente ai rappresentanti dei Paesi membri e al Segretario Generale OCSE le proprie priorità di policy. Tra i takeaway più forti emersi dal confronto, uno spicca su tutti: la complessità regolatoria è diventata un freno strutturale alla crescita. Da qui la necessità di un vero e proprio “regulatory reset”.

Nell’ultimo anno l’OCSE ha riportato questo tema al centro del dibattito sulle politiche pubbliche, chiarendo che non si tratta di deregolamentare, ma di ripensare in modo strutturale i sistemi regolatori per sostenere crescita, produttività e dinamismo economico, come richiamato nel capitolo Time for a Regulatory Reset? dell’OECD Economic Outlook 2025 Issue 2.

Il contesto economico: crescita stagnante e dinamismo in calo

Secondo l’OCSE, la crescita della produttività del lavoro ha rallentato nell’area OCSE negli ultimi decenni e non è sufficiente a sostenere un forte dinamismo economico. Alla base di questa dinamica vi è un indebolimento del dinamismo d’impresa, inteso come capacità di entrare nei mercati, crescere, innovare e riallocare risorse verso attività più produttive. In questo quadro, l’accumulo progressivo di regolamentazioni, obblighi amministrativi e requisiti di compliance ha contribuito ad aumentare i costi fissi per le imprese¹, con un impatto più marcato sulle nuove iniziative imprenditoriali, riducendo la contendibilità dei mercati e frenando l’innovazione.

Cos’è il Regulatory Reset secondo l’OCSE

Per l’OCSE il Regulatory Reset non significa smantellare tutele o abbassare gli standard. Significa rivedere criticamente lo stock di regole esistenti, eliminare duplicazioni e complessità inutili, migliorare la qualità della regolazione e rendere i quadri normativi più chiari, proporzionati e prevedibili. L’obiettivo è tutelare salute, sicurezza, ambiente e diritti senza soffocare l’attività economica, liberando risorse oggi assorbite dalla gestione della complessità regolatoria e riallocandole verso investimenti, innovazione e crescita.

Trasportare il Regulatory Reset nella governance delle imprese: il “format C”

Applicare questo approccio alla governance aziendale significa intervenire sul corpo normativo interno, che nel tempo cresce per stratificazione e reazione a eventi e nuove regole, fino a diventare poco leggibile e costoso da gestire. Il Regulatory Reset, in chiave aziendale, equivale a formattare metaforicamente il “disco rigido” normativo. Non si tratta di cancellare le tutele, ma di riprogettare l’architettura delle regole interne, partendo da ciò che è essenziale, eliminando duplicazioni e riallineando principi, processi e strumenti in un’unica struttura coerente e utilizzabile.

Questo approccio, che possiamo sintetizzare come format C (format del sistema), consente di passare da una compliance per accumulo a una governance per design. In pratica, il format C porta a semplificare le regole sbloccando un uso responsabile dell’intelligenza artificiale per rafforzare il corporate risk management, armonizzare standard e framework per tagliare le sovrapposizioni e costruire un’architettura dell’integrità condivisa e realmente utilizzabile. In questo modo le regole tornano a essere un’infrastruttura abilitante per la strategia, l’innovazione e la crescita, e non un archivio statico di adempimenti.

Conclusione: tre “simplify rules” per far funzionare il Regulatory Reset

Nel mio intervento ho indicato tre direttrici operative, senza slogan.
Primo: semplificare le regole sbloccando un uso responsabile dell’intelligenza artificiale per rafforzare il corporate risk management, ridurre i costi di compliance e aumentare le performance.
Secondo: semplificare le regole armonizzando gli standard e tagliando le duplicazioni tra framework.
Terzo: semplificare le regole costruendo un’architettura dell’integrità condivisa, smart e realmente utilizzabile.

Meno regole, ma più ragionevoli, proporzionate e chiare.

Nicola Allocca

Nota dati (fonti OCSE)
¹ Fonti: OECD Economic Outlook 2025 Issue 2, capitolo Time for a Regulatory Reset?; OECD Economics Department Working Paper Regulatory compliance costs and productivity.
Indicatori: quota di risorse dedicate alla compliance (Europa ~3,9% dell’occupazione; Stati Uniti >4% dei salari; Australia ~4,5% dei salari); impatti stimati negli USA (2012–2023) associati a −0,5% di produttività del lavoro e −0,4 p.p. nella quota di occupazione delle imprese giovani.

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