L’indagine 2026 della Banca d’Italia evidenzia un fenomeno destinato a incidere sui modelli di governance: le regole del sistema finanziario si estendono, attraverso partnership e rapporti contrattuali, anche agli operatori tecnologici non vigilati. Con nuove implicazioni per compliance, gestione dei rischi e accesso al mercato.
Non essere soggetti alla vigilanza finanziaria non significa necessariamente operare al di fuori del suo perimetro di influenza. È questa una delle indicazioni più interessanti che emergono dalla seconda Indagine Fintech sugli operatori italiani non vigilati, pubblicata dalla Banca d’Italia nel 2026.
La ricerca, condotta su 157 imprese, restituisce l’immagine di un ecosistema tecnologicamente avanzato e sempre più integrato con gli intermediari tradizionali. Ma suggerisce soprattutto una trasformazione meno evidente: la regolamentazione sta diventando un fattore che condiziona le relazioni tra imprese, anche oltre i confini della sua applicazione diretta.
Il rischio si governa anche fuori dal perimetro vigilato
Il 66% delle Fintech intervistate collabora con almeno un intermediario vigilato, mentre il 73% opera prevalentemente attraverso modelli B2B. Questa integrazione modifica il rapporto tra innovazione e controllo. Banche e intermediari si affidano a fornitori tecnologici per sviluppare servizi e processi, ma devono contemporaneamente presidiare i rischi connessi a queste relazioni.
Ne deriva un effetto di trasmissione dei requisiti regolamentari lungo la filiera. È il caso di DORA e, in determinate circostanze, della disciplina AML/CFT: anche quando non direttamente applicabili al fornitore, le relative esigenze di controllo possono tradursi in obblighi contrattuali, verifiche e requisiti organizzativi richiesti dal cliente vigilato. Il perimetro giuridico della vigilanza e quello operativo dei controlli non coincidono necessariamente.
I numeri della regolamentazione
| Normativa percepita come rilevante | Imprese |
|---|---|
| GDPR | 83% |
| AML/CFT | 59% |
| DORA | 59% |
| AI Act | 59% |
Fonte: Banca d’Italia, Indagine Fintech 2026. Percentuali riferite agli operatori rispondenti; risposte multiple. La rilevanza percepita non implica necessariamente l’applicazione diretta della normativa.
La compliance come requisito di accesso al mercato
La ricerca mette in evidenza una tensione significativa. Il 56% delle imprese valuta negativamente l’impatto della regolamentazione sui costi operativi e il 50% sul time to market. Eppure, tra gli operatori che segnalano criticità, il 70% considera complessivamente necessari i vincoli normativi. Il tema, dunque, non sembra essere soltanto la quantità delle regole, ma la capacità di gestirle in modo proporzionato.
Un dato rafforza questa lettura: circa il 60% delle imprese individua nella complessità dei processi di procurement dei grandi clienti il principale ostacolo alla crescita su scala. La capacità di superare verifiche, dimostrare affidabilità e soddisfare requisiti di sicurezza e continuità operativa diventa così parte della competitività delle soluzioni tecnologiche. Il rischio è che processi di qualificazione particolarmente onerosi penalizzino operatori innovativi ma dimensionalmente più piccoli. Una questione che chiama direttamente in causa il principio di proporzionalità e l’efficacia dei modelli di third-party risk management.
Chi governa la compliance nelle Fintech?
Un altro elemento riguarda l’organizzazione dei presidi di conformità. La maggioranza degli operatori ricorre a competenze esterne, con un significativo aumento rispetto alla precedente rilevazione.
Come viene gestita la compliance
| Modello organizzativo | Quota |
|---|---|
| Esclusivamente consulenti esterni | 53% |
| Modello misto interno/esterno | 29% |
| Esclusivamente risorse interne | 13% |
| Nessun presidio dedicato | 5% |
Il ricorso esclusivo a consulenti esterni è passato dal 31% al 53%. L’esternalizzazione non rappresenta di per sé una debolezza: può consentire anche alle organizzazioni più piccole di accedere a competenze specialistiche difficilmente sostenibili internamente. La questione è piuttosto un’altra: chi assicura che la compliance non rimanga una competenza esterna all’organizzazione, ma entri effettivamente nei processi decisionali, nello sviluppo dei prodotti e nella gestione dei rischi?
L’innovazione corre, la governance deve trovare il proprio equilibrio
L’intelligenza artificiale è utilizzata dal 70% delle imprese intervistate. Tra quelle che la indicano come tecnologia prevalente, le soluzioni agentiche, predittive e generative presentano una distribuzione sostanzialmente equilibrata. Il dato conferma la centralità dell’AI nell’ecosistema Fintech, ma rende ancora più importante il rapporto tra sviluppo tecnologico e capacità di governo.
La sfida non consiste soltanto nel presidiare singole normative. GDPR, AI Act, resilienza operativa, sicurezza e requisiti richiesti dalle controparti possono incidere su processi e responsabilità tra loro interdipendenti. L’indagine non misura direttamente il grado di integrazione di questi presidi, ma offre elementi per una riflessione più ampia.
Se l’innovazione finanziaria si sviluppa attraverso un ecosistema di soggetti interconnessi, anche la governance deve essere capace di superare i confini della singola organizzazione.
Per gli intermediari vigilati significa governare non soltanto i rischi interni, ma anche quelli derivanti dalle dipendenze tecnologiche. Per le Fintech significa considerare affidabilità, controlli e conformità come componenti del proprio modello operativo. È forse questa la prospettiva più rilevante della ricerca: la compliance non segue semplicemente l’innovazione, ma contribuisce a definire le condizioni nelle quali l’innovazione può entrare e consolidarsi nel mercato finanziario.

