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Oltre il controllo: la compliance diventa progetto

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Negli ultimi anni la parola “compliance” ha smesso di evocare soltanto norme e controlli, assumendo un significato più ampio e profondo. Questo cambio di prospettiva è emerso in modo convergente dagli interventi di Giuseppe Siani, Capo del Dipartimento Vigilanza Bancaria e Finanziaria della Banca d’Italia (leggi qui la news), e dal documento presentato da Ida Mercanti per IVASS, durante il convegno AICOM dello scorso 27 novembre, che hanno contribuito a delineare un quadro in cui la compliance non può più essere considerata una funzione ancillare.

Nel giro di un decennio la funzione si è progressivamente irrobustita, superando il ruolo di presidio “di secondo piano” che ne aveva caratterizzato gli inizi vent’anni fa. Oggi occupa una posizione centrale nell’architettura di governance, con una crescente autonomia, visibilità e responsabilità.

L’evoluzione emerge chiaramente anche dal Regolamento IVASS sul governo societario, che non si limita a definire compiti e responsabilità, ma valorizza aspetti essenziali come l’impegno del vertice, l’autonomia e l’idoneità del responsabile della funzione, un adeguato posizionamento organizzativo, il riporto diretto al top management e risorse proporzionate ai rischi, oltre a un monitoraggio pianificato e a flussi informativi continui. Ma, come ricorda Mercanti, la compliance non è solo organizzazione: è cultura.

Ed è proprio qui che si registra il vero salto di paradigma: quando diventa cultura organizzativa, la compliance smette di essere un presidio esterno o uno specialismo isolato e si trasforma in un modo di fare business, di impostare la relazione con il cliente, di leggere l’innovazione e di governare la tecnologia con consapevolezza.

In un contesto segnato da modelli distributivi complessi, da catene del valore in cui entrano nuovi attori – energetici, telco, piattaforme digitali – da prodotti ibridi e da tecnologie emergenti, dall’intelligenza artificiale all’automazione fino all’outsourcing ICT, non è più sufficiente limitarsi alla verifica delle regole. Diventa invece essenziale una capacità di anticipazione che consenta di intercettare rischi e incoerenze già nella fase di progettazione dei prodotti, tutelando il cliente a monte e non solo nel momento della distribuzione. Questa trasformazione richiede un ampliamento significativo delle competenze: data literacy, cultura del rischio, behavioral compliance, digital governance, AI ethics. Si tratta di requisiti ormai indispensabili per comprendere la complessità del settore e orientare decisioni consapevoli.

In questa prospettiva, la compliance non è più un revisore ex post, ma diventa un attore progettuale, un co-designer dei processi. Senza una cultura della compliance diffusa, praticata e interiorizzata, nessuna impresa può sostenere la propria reputazione, risultare credibile, affidabile e sostenibile nel tempo. E – last but not least – tutelare realmente il cliente.

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