Sostenibilità: compliance condizione necessaria ma non più sufficiente

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La sostenibilità nelle imprese è una prerogativa (esclusiva) della Compliance o integrazione (più ampia) nell’attività, nei processi e nelle relazioni? intervento a cura di Pietro Negri (Sustainability Advisor)

E’ prevista a breve la pubblicazione del Sustainable Corporate Governance Package da parte della Commissione EU che, almeno nelle aspettative, intende integrare la Sostenibilità nei processi interni e allineare gli interessi delle imprese e dei loro azionisti di riferimento alle aspettative degli stakeholder (investitori, lavoratori, comunità e Società civile, in genere). E’ un’occasione importante sulla quale puntare.

Ad oggi, la transizione sostenibile delle istituzioni finanziarie sembra motivata più da questioni di branding e da obblighi di adempimento, piuttosto che da miglioramento della performance e di sostenibilità nel medio lungo termine. Al momento, secondo alcuni, non vi sono chiare evidenze di quanto i fattori ambientali, sociali e di buon governo possano impattare sulla redditività e sui rischi.

Ed è proprio per questo che l’Autorità di vigilanza UE del settore bancario (BCE), ha avviato a fine gennaio 2022 uno stress test per valutare in che modo le banche siano preparate ad affrontare potenziali shock derivanti dal cambiamento climatico (ECB Banking Supervision launches 2022 climate risk stress test (europa.eu).  Inoltre, sulla base di valutazioni espresse nel 2021 (The state of climate and environmental risk management in the banking sector (europa.eu), il Supervisore UE ha inteso accendere un faro per valutare eventuali carenze in termini di metodologie e risk assessment adottate dal settore, pur in presenza di un vivace attivismo nell’adottare percorsi di adeguamento alle Linee guida della stessa BCE sul climate risk.

A ciò si aggiunge la tassonomia UE delle attività sostenibili (regolamento 852/2020 e successivi atti delegati) che ha introdotto nel quadro di riferimento una serie di indicatori che tutte le imprese con un certo numero di dipendenti e certe soglie di fatturato devono rendicontare al pubblico per dimostrare il proprio allineamento ai principi di valutazione di sostenibilità.

Ovviamente questi principi e indicatori debbono tradursi nella definizione di prodotti (sia beni che servizi) coerenti, volti a intercettare la domanda latente e inespressa di consumatori che sempre più credono nella sostenibilità dei consumi e delle scelte di investimento. In questo contesto, le azioni da intraprendere sono chiare: occorre produrre ulteriori evidenze, predisporre modelli di contabilità integrata che leghino (meglio) le variabili finanziarie ai fattori ESG (che hanno componente finanziaria anch’essi!…); occorre creare un quadro armonizzato di rating ESG (ESMA ci sta già pensando) e incentivare business models orientati alla valutazione d’impatto, spostando il tradizionale risk management verso strategie e modelli di riferimento guidati e ispirati ai fattori ESG.

Tutto ciò può essere perseguito (solo) con una accorta gestione del rischio e un’attenta valutazione e rispetto delle normative? …continua a leggere l’intervista, clicca per scaricare newsletter!